La mia via del Sale

A metà maggio, appena restrizioni e impegni me l’hanno permesso, sono partito per un viaggio solitario a piedi, dal mio studio a Brusaporto fino al mare, a Camogli. 9 giorni di cammino seguendo il fiume Serio, attraversando la pianura padana e superando l’Appennino.

Eppen ha pubblicato un mio resoconto di questo viaggio, lo si può leggere qui: https://www.ecodibergamo.it/stories/eppen/outdoor/da-brusaporto-a-camogli-la-mia-via-del-sale_1402611_11/

Seduti, non sedati

Molti di noi si trovano, volenti o nolenti, a lavorare da casa o a stare diverse ore sedute davanti a uno schermo. Questo può essere vissuto come una costrizione. Il che significa sentirsi innanzitutto stretti, legati, vincolati.

Gli esercizi bioenergetici sono stati creati proprio per sciogliere e espandere le nostre contrazioni, sia quelle del momento presente che quelle croniche e che appartengono alla nostra storia di vita.

Abbiamo quindi creato un percorso per chi si trova, forzatamente o meno, a lavorare da casa, ma che ben si adatta anche a chi svolge mansioni sedentarie e passa molto tempo seduto davanti a uno schermo, per professione o studio.

Grazie a semplici esercizi da farsi alla postazione di lavoro o di studio, possiamo scaricare lo stress, mantenere vivo e vitale il proprio corpo, e non restare senza fiato. Una pausa di respiro e vitalità per riprenderci il nostro corpo, la nostra energia e il nostro tempo.

Mettiamo davvero lo smart nel lavoro.

Quando:
5 mercoledì, dalle 13 alle 13.30 a partire da mercoledì 7 aprile

Dove:
sulla piattaforma zoom: chi si iscrive riceverà un link per connettersi qualche minuto prima dell’orario

Quanto:
75€ per il ciclo di 5 incontri

Il percorso, poi, potrà ripetersi, continuare o allargarsi adattandosi alle necessità dei partecipanti.

Qualora qualche azienda volesse proporlo ai propri dipendenti, è anche possibile strutturarlo e adattarlo ad hoc.

info: https://centrodivenire.net/2021/seduti-non-sedati-bioenergetica-per-lavoratori-smart/

iscrizioni: https://centrodivenire.net/contatti/iscriviti-a-un-percorso/

Una lettera: corrispondenza fra cuore e Anima

Una lettera. Corrispondenza fra cuore e Anima

In questi giorni, vicini al Solstizio d’Inverno, momento che segna il passaggio dalle tenebre alla luce, vicino al Natale e al nuovo anno, mi capita spesso di pensare al cambiamento, al rinnovamento, a cosa donare, cosa lasciar andare, e a cosa accogliere. Mi torna in mente una visualizzazione, che ci aveva proposto il mio terapeuta in una sessione di gruppo a qualche giorno dal Natale, in cui potevamo immaginare qualcuno che ci portava qualcosa in dono: chi ci donava cosa? E mi è capitato di proporre questa esperienza, che mi sembra un bel dono.

Chiudi gli occhi, respira profondamente e entra in contatto con il tuo corpo. Ogni espirazione ti porta un po’ più in profondità, ogni volta che il respiro esce, ti rilassi un po’ di più.

Immagina ora la persona più attraente che puoi fantasticare. L’uomo o la donna dei tuoi sogni, la compagna o il compagno ideale.

Guarda questa persona di fronte a te, che ti guarda. Come è? Sorride? Riesci a sentirne la voce, a scambiare questo sguardo?

Ora, tenendo ben presente questa persona nella tua mente e nei tuoi occhi e nel tuo cuore, scrivi una lettera d’amore. Un’ email non vale, scrivi una lettera vera, con carta e penna, per questa persona, ora non più immaginaria, ma immaginata. E quindi, in qualche modo, reale.

E infine spedisciTEla, compra un francobollo e invia questa lettera al tuo indirizzo e a tuo nome.

Non conservarne una copia né nulla di simile, lascia che il ricordo di quanto hai scritto sbiadisca e si depositi, decanti nel profondo della tua psiche.

La sorpresa, il dono, sarà rileggerla quando, coi tempi ineffabili delle poste tradizionali, la riceverai fra le tue mani.

(dal Divenire Magazine)

Risposta alla Sfinge. Di soluzioni e dissoluzioni

Nel mio ultimo articolo, paragonavo il noto virus alla Sfinge del mito di Edipo.

La Sfinge al museo di Delfi

Evidentemente questa metafora, imperfetta e incompleta, ha continuato a lavorare dentro di me, portandomi a tornare sui miei passi e rivederla.

Tornando al mito, la Sfinge pone a Edipo un enigma, ma gli si offre in tutto il suo mistero. Edipo risolve l’indovinello, ma non riesce a entrare in relazione con la Sfinge, che fugge urlando. La domanda relazionale della Sfinge è stata ben intuita nel mondo dell’arte, per esempio nel dipinto preraffaellita di Moreau.

Guardando al momento attuale, è come se la Sfinge fosse la Natura stessa, che ci pone un problema (per esempio una malattia che tocca il mondo intero). La nostra risposta è dello stesso tipo, razionale, di quella di Edipo: cerchiamo (ovviamente e giustamente) soluzioni, ma non stiamo a contemplare la Sfinge, non entriamo in relazione con la Natura (o la Terra). E, non entrando in relazione con l’Altro, non siamo in relazione con noi stessi: Edipo, infatti, non conosceva se stesso e le proprie origini. Il mito, come è noto, finisce in tragedia: Edipo sposa sua madre perché è riuscito a risolvere l’indovinello, e finirà per accecarsi.

Noi, cosa non stiamo vedendo? Qual è il Mistero su cui la Sfinge ci vorrebbe far riflettere e entrare in relazione?

Questa pandemia ha messo in drammatica evidenza quanto siamo fragili, come specie, e questo dovrebbe rendere chiaro a tutti che stiamo morendo. La Sfinge, con l’indovinello/virus, ci sta portando a contemplare il dramma della Morte e della distruzione che stiamo portando noi umani nella nostra specie e in tutto il Pianeta?

Tornando al piano clinico, spesso mi trovo a confronto con problemi che non hanno una soluzione, quanto meno fattibile. La nostra mente è portata per sua natura a cercare una soluzione, ma a volte è necessario stare con il problema. Ho imparato questa lezione nei miei anni di lavoro sulla strada, a stretto contatto con persone, per lo più tossicodipendenti attivi, che portavano una serie di problemi, più o meno consapevoli che non c’era una soluzione, quantomeno non una immediatamente percorribile. Spesso la richiesta era di esserci e stare con loro di fronte a quel problema. Questa dinamica succede molto spesso, in terapia ma anche nelle relazioni di coppia: quante volte ci sentiamo frustrati per un problema che ci viene posto e a cui noi riteniamo di dover dare una soluzione? Mentre invece che ci sta di fronte ha solo bisogno della nostra presenza e comunicandoci una sua sofferenza non ci chiede una soluzione, ma semplicemente di essere presente.

Ma garantire questa presenza, non è cosa da poco. Spesso è già un mettersi nella direzione giusta, forse non quella della soluzione del problema ma quella della sua dissoluzione. Edipo aveva i piedi gonfi (questo il significato del suo nome), mutilati dal padre. Quindi, il mito ci racconta che non aveva grounding, che in bioenergetica significa contatto con la Terra e la realtà. La sua energia era spostata verso l’alto, verso la testa, il pensiero e l’intelletto. Verso la ricerca di una soluzione. Lo stare con, l’esserci ci porta invece verso altre possibili risposte, che usino altre funzioni, come il sentimento o l’intuizione, una risposta di senso che può portare al dissolvere, sciogliere il mistero.

Spesso, per noi o per gli altri, non possiamo far sorgere prima il Sole, ma possiamo esserci durante la Notte, e attraversarla, insieme.

Cosa è salutare.

Qualche giorno fa sono andato a camminare sulla sponda orientale del Lario, lungo una tratta del Sentiero del Viandante.

Quando si cammina, in montagna ma non solo, ci si saluta. Un ciao, un buongiorno o un salve (ultimamente raccolgo sempre più buongiorno, segno dell’età che avanza) sono una specie di rito, un modo di sentirsi accumunati da qualcosa, l’esser viandanti in un modo o nell’altro, che si differenzia dalla quotidianità urbana, in cui si incontrano molte più persone, ma raramente si saluta chi non si conosce.

Qualche giorno fa, appunto, mentre stava per uscire un nuovo DPCM, ho constatato che questo rito si era modificato: quando ci si incontrava, ci si salutava e si alzava la mascherina a coprire naso e bocca (nello sforzo del trekking e nell’isolamento dei sentieri la si può tenere abbassata). È evidente che anche questo è salutare, in tutti i sensi, e probabilmente necessario. Ma non posso negare che mi ha lasciato una nota di tristezza e malinconia.

Non entro in merito, non è di mia competenza, su cosa sia utile per il contenimento della diffusione del noto virus, ma da psicoterapeuta mi compete notare come mi sono sentito, e come tutto questo possa far sentire altre persone. (Specialmente quando le restrizioni sembrano riguardare quasi totalmente il mondo dell’arte e della cultura, l’otium, non toccando invece il negotium. Cosa è pericoloso, cosa fa male? E a cosa fa male? Alla salute fisica? Alla salute psichica e emotiva? All’economia? Cosa è salutare?)

Siamo di fronte a qualcosa di imponderabile e incomprensibile, infinitamente piccolo e minaccioso che ci pone di fronte all’incertezza. E il nostro Io vacilla di fronte all’incertezza, non la sopporta. È estremamente difficile restare integri, integrati e radicati, di fronte all’incertezza.

Come Edipo di fronte alla Sfinge, l’Io non resta a contemplarne l’Enigma e il sublime Simbolo che rappresenta, ma ne cerca la soluzione, col pensiero. Ma il pensiero è fallace e incorre facilmente in errori strutturali, bias in gergo tecnico.

Di fronte a questa Sfinge, piccolissima ma enorme, è facile assumere posizioni estreme: o con le autorità, totalmente in attesa di un intervento salvifico dall’alto e arrivando all’odio, alla denuncia o alla delazione cieca e esagerata; o totalmente contro di essa, negando quello che tutti stiamo vivendo. Sento che psicologicamente entrambi gli estremi sono risposte infantili: una di dipendenza e l’altra di controdipendenza. Ma entrambe sono risposte di un Io che non riesce a stare con qualcosa di ignoto, lo nega. È difficile uscire dall’Orbita dei genitori, reali o proiezioni che siano: si tende a andare o verso o contro di essi. Ma questa non è la nostra vera Orbita, la via dell’individuazione che porta alla completezza, al Sè.

È uno sforzo eroico, quello di stare fra gli opposti, e cercare di integrarli.

Non esiste una soluzione, ora. Bisogna imparare a stare con il “problema”.

O forse, quello che sta succedendo, nel suo dividere e scindere in opposte tendenze, è una soluzione, la prima fase del processo alchemico: solve.

E il lavoro di integrazione di questi opposti, la seconda fase: coagula.

Può creare una terza via, inaspettata e inaudita: un simbolo.

Recentemente, anche Chandra Livia Candiani, autrice di poesie che aprono e fanno entrare, passeggiando ha notato la stessa usanza nei suoi incontri, per cui concludo usando le sue parole:

“Imparare a salutarci, a onorarci perché stiamo passando.”

(Dal Divenire Magazine)

Cose che non abbiamo avuto. Il lutto per le esperienze non fatte

Remember to say “thank you”
for the things you haven’t had

Coil – Broccoli

La rinuncia sembra una delle esperienze psicologiche più difficili.

Il grande rimosso di oggi, credo, è il concetto di fine, inteso sia come termine che come finitezza, confine.

Spesso si vive una brama di avere tutto, che non si limita a oggetti, ma anche a esperienze, anche al fare, assaggiare, provare tutto. Una sete, una fame insaziabile. In questo contesto, trovo puntuali in questa epoca storica, pervasa fino all’essenza più profonda dal consumismo, le diverse forme di collezionismo e smania di completezza, che va dalle serie televisive alle edizioni speciali e limitate di praticamente qualsiasi cosa, dai dischi agli hamburger.

Sembra di muoversi come gli ignavi di Dante, inseguiti eternamente da api, ma in questo caso attirati da un oggetto che non ci sazierà, ma ci farà venire una fame ulteriore, diversa.

Una smania a collezionismo, una compulsione al “completamento” di un qualcosa che viene ricercato, ahinoi, fuori da sé.

Questo si riflette anche nelle relazioni. Da un punto di vista psico-corporeo, quando scriveva Lowen, si poteva osservare una diffusa incapacità di amare contemporaneamente col cuore e sessualmente, generata da conflitti psichici che si traducevano, nel corpo, a una separazione fra cuore e genitali. Quello che si osserva ora è qualcosa di differente: la società consumistica ci ha “iperoralizzato”, rendendoci sempre affamati e insaziabili. Non solo di cose e “esperienze” ma anche di relazioni.

Il fatto (quasi inconcepibile!) di dover rinunciare a qualcosa, può generare un senso di mancanza, di incompletezza e, di nuovo, ansia e foga di completamento.

Non (si) è mai abbastanza.

Viviamo in un tempo storico in cui, come già notava Erich Fromm, il piano dell’Avere e quello dell’Essere, sono spesso con-fusi.

Se vogliamo avere (o essere) tutto, non avremo, né saremo mai abbastanza.

Ci sentiremo sempre in difetto, difettati o difettosi.

Come uscirne, dunque?

Accettare la rinuncia, e vivere il lutto per le cose che non abbiamo avuto, le esperienze non fatte, i viaggi che non potremo mai fare, tutti i libri che non riusciremo a leggere…

Ciò che ci può completare, ciò che ci può saziare, non è all’esterno, ma dentro di noi, invisibile, nell’Ombra.

Psiche tende alla completezza, non alla saturazione, a comprendere e integrare il suo opposto, non tutto.

Questa è la via dell’analisi del profondo, che porta verso la completezza del Sè, in una sorta di Mandala capace di integrare le nostre luci e le nostre ombre, i nostri pieni e i nostri vuoti.

E questa unione di pieno e vuoto si manifesta, a livello corporeo, nel respiro: è riappropriandoci di una respirazione naturale e libera che riusciamo a integrare quelle parti di noi e di vitalità di cui ci siamo dovuti privare, nostro malgrado, per sopravvivere, per non soffrire.

Il respiro rappresenta anche il lasciar andare: una inspirazione piena può seguire solo una espirazione completa, uno svuotamento.

Il vuoto si fa pieno.

(dal Divenire Magazine)

Il cane e il serpente (e la fionda di David)

Succede spesso, a tutti, di ripetere gli stessi errori, di trovarsi di fronte sempre agli stessi muri.

“Tutte le volte è così! Possibile che faccia sempre le stesse cavolate? Ma cambierò mai?”

Chi intraprende il viaggio della psicoterapia, può aspettarsi che sia qualcosa di simile a un viaggio in treno, o a un percorso in autostrada. Si parte da un punto A, si arriva a un punto B (o C o Z o Pacedeisensi o chissà), attraversando diversi punti intermedi, in un tempo più o meno lungo.

Tuttavia, a volte (quasi sempre, a dire il vero), ci si ritrova a passare in posti già visitati, come se il treno facesse un anello e ci ritrovassimo in una stazione già vista. “Ma come, ancora qui? Dopo tutto questo tempo, siamo ancora qui, come se non avessimo mosso un passo!”.

Ci si ritrova di fronte dinamiche già affrontate, a delusioni che sembrano ritratti del nostro passato, a persone che ci fanno sentire proprio come ci faceva sentire … , a forti vissuti, emozioni che non avremmo voluto provare di nuovo. Non abbiamo imparato niente? Non abbiamo fatto nessun progresso? Non abbiamo fatto neanche un po’ di strada?

Sembra di essere come un cane che si morde la coda!

Mi è capitato spesso, di sentire questa frase in psicoterapia. E anche di pensarla, nel mio percorso personale!

Ma è davvero così?

I numerosi chilometri percorsi in viaggi a piedi, e le ore trascorse accompagnando qualcuno nel proprio viaggio personale verso se stesse, mi hanno insegnato che spesso è la strada, il viaggio a contare almeno quanto la meta (che – almeno in psicoterapia – non è detto che sia così chiara, definita e definitiva all’inizio del viaggio). E che a volte abbiamo bisogno di tornare sui nostri passi, per rivedere qualcosa che, evidentemente, abbiamo bisogno di rivedere.

Possono essere quei mo(vi)menti di regressione tanto importanti per Jung, per esempio, in cui la psiche va a ripescare nel nostro passato per riprendere energie o risorse che possono esserci utili nel momento attuale, e lo fa, appunto, presentandoci fantasmi dal passato, a volte attraverso i sogni, altre con la vita.

In un viaggio può capitare di tornare sui nostri passi, per rivedere un bivio e fare il punto sulla mappa, per bere a una fontana, per ammirare di nuovo un panorama…nella vita può essere utile per superare qualcosa che evidentemente non abbiamo ancora superato del tutto. La vita psichica ama la completezza, e finché non abbiamo con-preso – preso con noi nel nostro viaggio – qualcosa, la vita ce lo ripresenta.

Ma è un giro a vuoto? Uno spostamento inutile?

Specialmente quando si è in un percorso di crescita, come quello psicoterapeutico, l’apparente tornare indietro non è un cane che si morde la coda, ma un serpente che si avvolge a una colonna, e ogni spira sale, si eleva, di qualche centimetro, grazie alla nuova energia resa disponibile dal percorso stesso (in questa metafora, cosa è la colonna? Il Sè? Il nostro percorso di Individuazione? Non lo so). Come la fionda di David: la pietra viene fatta girare su se stessa finché non ha abbastanza energia per essere scagliata efficacemente.

Ogni movimento che sembra regressivo, insomma, all’interno di questo viaggio, in realtà ci porta un po’ più in là, verso quel punto, forse ancora indefinito e invisibile, che è dove vogliamo (o siamo destinati a) arrivare. Noi stessi.

 

(da qui)

Psiche fa le pulizie di casa

Nel mito, Psiche viene lasciata spesso a casa sola dal suo amante, Eros, che lei non può vedere. Ora, per gioco, immaginiamo che Psiche venga rinchiusa in casa, senza la possibilità di uscire, se non con autocertificazione, e senza poter invitare nessuno. Cosa succederà, prima o poi? Quello che succede a tutti noi, in questi tempi di costrizione: una volta finite le cose da fare (che per alcuni sono ridotte o annullate, a seconda della situazione lavorativa), si metterà a sistemare la casa. Credo che molti in questi giorni si stiano dando da fare con tutti quei lavoretti spesso rimandati, chi sistema il giardino, chi dipinge una stanza, chi fa le pulizie di fino e spolvera ogni angolo remoto della sua casa, ogni guida di ogni piastrella, ribaltando ogni angusto armadietto fino all’ultimo cassetto segreto.

Psiche fa la stessa cosa. Una volta sistemati gli affari e le faccende domestiche, una volta preparata la cena, una volta esaurite le vene creative della giornata, si ritrova a spolverare gli angoli della sua Casa, angoli in cui magari non guardava da tempo. E inizia la scoperta, o meglio, la riscoperta di tanti piccoli oggettini di cui non ricorda l’esistenza. Oppure cose grosse, nascoste da una pila di vestiti che non mette più da anni. Cose che non voleva più vedere e si illudeva fossero sparite. Cose che cercava da tempo e non riusciva a trovare. Cose che non sapeva di avere.

E contempla questi oggetti, e ricostruisce le loro storie, e si chiede come in questo momento possano tornarle utili.

Nel nostro mondo, che è un riflesso (o l’ombra) di quello mitico in cui vive Psiche, a livello individuale, come si riflettono questi movimenti?

Mi sono accorto che, in me e in alcune delle persone che riesco a vedere e sentire – alla distanza di sicurezza, fisica ma non emotiva, consentita e permessa dagli strumenti della tecnologia – succede qualcosa di simile a quanto narravo poco sopra.

La nostra Psiche, trovatasi sgravata da molte incombenze della quotidianità pre-quarantena (chi non ha più possibilità di cercare un lavoro, chi ha un’attività ridotta, chi ha meno cose a cui pensare, avendo meno possibilità di muoversi, chi non può momentaneamente affannarsi nelle corse e rincorse abituali), si mette a fare le pulizia di casa. Ma la casa della nostra Psiche è, almeno in parte, la nostra Memoria. E così riaffiorano ricordi dimenticati, episodi spiacevoli o ricordi densi di emozione che non erano realmente rimossi, ma semplicemente riposti in un cassetto in cui non guardiamo tanto volentieri, o quantomeno molto spesso.

Come se la Psiche, in un momento in cui si ritrova ad avere più risorse energetiche disponibili (perché non impiegate altrove come d’abitudine), si potesse concedere il lusso di fare quei movimenti regressivi, di pulizia e riordino, che le (e ci) permettono di andare dove abbiamo avuto blocchi più o meno grandi, a sanare ferite dimenticate o a tappare piccole buche nell’asfalto della nostra Strada interiore. Ed ecco quindi che emergono ricordi, immagini del nostro passato che tanto ci possono insegnare ad affrontare le difficoltà del presente, non solo legate alla contingenza del lockdown ovviamente, ma di quello che si sta muovendo nel nostro profondo.

Un’altra occasione che, se si presenta, credo sia importante cogliere. Come alcuni di noi possono concedersi il lusso di sistemare e riordinare la propria casa, possiamo concedere alla nostra Psiche di fare lo stesso.

(pubblicato originariamente qui)

In stercore invenitur. Quando tutto questo finirà

Dai diamanti non nasce niente,
dal letame nascono i fior
Fabrizio de André – Bocca di Rosa

The only way out is down
Alexander Lowen

Improvvisamente, tutto è cambiato. Forse non così improvvisamente, ma sicuramente in maniera molto rapida, abbiamo dovuto cambiare in maniera imprevista. Una malattia, parzialmente sottovalutata, è arrivata fino a noi, nel produttivo Nord Italia, costringendoci a rallentare o addirittura a fermarci.

Ci siamo trovati di fronte all’Imprevisto, siamo messi a confronto con l’Incertezza e col dramma che molte delle cose che credevamo sicure, possono vacillare.

Stiamo vivendo un momento caotico, buio, che per molti di noi rappresenta una novità. Non abbiamo vissuto guerre in prima persona, né carestie gravi o epidemie di questo livello.

L’unico momento simile, forse, risale ai tempi dell’incidente di Chernobyl. Avevo meno di 6 anni, quindi tutto è un po’ sfumato, ma ricordo che potevamo bere solo latte in polvere, e si stava più in casa; ma la percezione era di qualcosa successo lontano. Il corona virus, invece, è qui.

Tutto cambia, tutto sembra fuori controllo, stiamo attraversando il caos. È un momento di merda.

Ricorda, da vicino, la prima fase del processo alchemico: la nigredo. La materia prima, che talvolta è proprio sterco, deve putrefarsi, decomporsi, dissolversi. Si tratta dell’Opera al Nero, e i trattati di alchimia la rappresentano spesso con un cadavere beccato da un corvo. Rappresenta la Notte Oscura dell’Anima, l’inverno. Ma è una fase necessaria, e transitoria. Dal nero, si passa al bianco dell’Albedo, a ogni notte segue una nuova alba.

Nel frattempo, cerchiamo di imparare da quello che sta succedendo. Si sono aperti spazi e esempi di solidarietà. Nella distanza, ci siamo trovati tutti più vicini (mentre da vicini a volte, quanto siamo stati distanti, connessi altrove?). Stiamo andando più lenti, abbiamo meno fretta, inquiniamo di meno, respiriamo meglio e più profondamente. O forse dobbiamo correre di più, ma abbiamo meno spazio perché con scuole chiuse, lavoro da casa, gli spazi si riducono e le pressioni aumentano. Paradossalmente la vicinanza può acuire i conflitti nelle relazioni, ma questo può evidenziare gli ostacoli e gli attriti che possiamo superare. Impariamo dalla compressione. Stiamo imparando la forza che c’è nel potersi mostrare deboli, fragili, umani. Forse consumiamo di meno. Possiamo apprezzare le piccole cose, il canto degli uccelli dalla finestra e i fiori che sbocciano, non timidi.

C’è una parola, secondo me , abusata: resilienza. Resilienza è la capacità di un materiale, dopo un urto, di tornare al suo stato originario. Ma in questo caso non basta. Sarà necessaria una trasformazione, la Materia (di) Prima che si è dissolta, dovrà coagularsi in una altra forma. Perché non potrà essere come prima: alcuni di noi saranno un po’ più soli, un po’ più poveri. Qualcuno non ci sarà più e probabilmente molti di noi avranno a che fare con l’assenza di qualcuno. Una parola, che forse va rispolverata, è resistenza. In questo caso può aiutarci a re-stare con quello che sta accadendo e a esser pronti, a farci forza nel dolore, senza negarlo.

Quando tutto questo finirà, perché finirà, dovremo rimboccarci le maniche e ricostruire, ricominciare. Ma se avremo imparato da ciò che è stato in questi giorni bui, andremo verso una nuova fase più luminosa.

Ciò che mi auguro, e ci auguro, è che questo momento di riposo forzato, sia il riposo del seme.

Arriverà Primavera.

(pubblicato ieri sul Divenire Magazine )

Lotto chaos