Seduti, non sedati

Molti di noi si trovano, volenti o nolenti, a lavorare da casa o a stare diverse ore sedute davanti a uno schermo. Questo può essere vissuto come una costrizione. Il che significa sentirsi innanzitutto stretti, legati, vincolati.

Gli esercizi bioenergetici sono stati creati proprio per sciogliere e espandere le nostre contrazioni, sia quelle del momento presente che quelle croniche e che appartengono alla nostra storia di vita.

Abbiamo quindi creato un percorso per chi si trova, forzatamente o meno, a lavorare da casa, ma che ben si adatta anche a chi svolge mansioni sedentarie e passa molto tempo seduto davanti a uno schermo, per professione o studio.

Grazie a semplici esercizi da farsi alla postazione di lavoro o di studio, possiamo scaricare lo stress, mantenere vivo e vitale il proprio corpo, e non restare senza fiato. Una pausa di respiro e vitalità per riprenderci il nostro corpo, la nostra energia e il nostro tempo.

Mettiamo davvero lo smart nel lavoro.

Quando:
5 mercoledì, dalle 13 alle 13.30 a partire da mercoledì 7 aprile

Dove:
sulla piattaforma zoom: chi si iscrive riceverà un link per connettersi qualche minuto prima dell’orario

Quanto:
75€ per il ciclo di 5 incontri

Il percorso, poi, potrà ripetersi, continuare o allargarsi adattandosi alle necessità dei partecipanti.

Qualora qualche azienda volesse proporlo ai propri dipendenti, è anche possibile strutturarlo e adattarlo ad hoc.

info: https://centrodivenire.net/2021/seduti-non-sedati-bioenergetica-per-lavoratori-smart/

iscrizioni: https://centrodivenire.net/contatti/iscriviti-a-un-percorso/

Una lettera: corrispondenza fra cuore e Anima

Una lettera. Corrispondenza fra cuore e Anima

In questi giorni, vicini al Solstizio d’Inverno, momento che segna il passaggio dalle tenebre alla luce, vicino al Natale e al nuovo anno, mi capita spesso di pensare al cambiamento, al rinnovamento, a cosa donare, cosa lasciar andare, e a cosa accogliere. Mi torna in mente una visualizzazione, che ci aveva proposto il mio terapeuta in una sessione di gruppo a qualche giorno dal Natale, in cui potevamo immaginare qualcuno che ci portava qualcosa in dono: chi ci donava cosa? E mi è capitato di proporre questa esperienza, che mi sembra un bel dono.

Chiudi gli occhi, respira profondamente e entra in contatto con il tuo corpo. Ogni espirazione ti porta un po’ più in profondità, ogni volta che il respiro esce, ti rilassi un po’ di più.

Immagina ora la persona più attraente che puoi fantasticare. L’uomo o la donna dei tuoi sogni, la compagna o il compagno ideale.

Guarda questa persona di fronte a te, che ti guarda. Come è? Sorride? Riesci a sentirne la voce, a scambiare questo sguardo?

Ora, tenendo ben presente questa persona nella tua mente e nei tuoi occhi e nel tuo cuore, scrivi una lettera d’amore. Un’ email non vale, scrivi una lettera vera, con carta e penna, per questa persona, ora non più immaginaria, ma immaginata. E quindi, in qualche modo, reale.

E infine spedisciTEla, compra un francobollo e invia questa lettera al tuo indirizzo e a tuo nome.

Non conservarne una copia né nulla di simile, lascia che il ricordo di quanto hai scritto sbiadisca e si depositi, decanti nel profondo della tua psiche.

La sorpresa, il dono, sarà rileggerla quando, coi tempi ineffabili delle poste tradizionali, la riceverai fra le tue mani.

(dal Divenire Magazine)

Cosa è salutare.

Qualche giorno fa sono andato a camminare sulla sponda orientale del Lario, lungo una tratta del Sentiero del Viandante.

Quando si cammina, in montagna ma non solo, ci si saluta. Un ciao, un buongiorno o un salve (ultimamente raccolgo sempre più buongiorno, segno dell’età che avanza) sono una specie di rito, un modo di sentirsi accumunati da qualcosa, l’esser viandanti in un modo o nell’altro, che si differenzia dalla quotidianità urbana, in cui si incontrano molte più persone, ma raramente si saluta chi non si conosce.

Qualche giorno fa, appunto, mentre stava per uscire un nuovo DPCM, ho constatato che questo rito si era modificato: quando ci si incontrava, ci si salutava e si alzava la mascherina a coprire naso e bocca (nello sforzo del trekking e nell’isolamento dei sentieri la si può tenere abbassata). È evidente che anche questo è salutare, in tutti i sensi, e probabilmente necessario. Ma non posso negare che mi ha lasciato una nota di tristezza e malinconia.

Non entro in merito, non è di mia competenza, su cosa sia utile per il contenimento della diffusione del noto virus, ma da psicoterapeuta mi compete notare come mi sono sentito, e come tutto questo possa far sentire altre persone. (Specialmente quando le restrizioni sembrano riguardare quasi totalmente il mondo dell’arte e della cultura, l’otium, non toccando invece il negotium. Cosa è pericoloso, cosa fa male? E a cosa fa male? Alla salute fisica? Alla salute psichica e emotiva? All’economia? Cosa è salutare?)

Siamo di fronte a qualcosa di imponderabile e incomprensibile, infinitamente piccolo e minaccioso che ci pone di fronte all’incertezza. E il nostro Io vacilla di fronte all’incertezza, non la sopporta. È estremamente difficile restare integri, integrati e radicati, di fronte all’incertezza.

Come Edipo di fronte alla Sfinge, l’Io non resta a contemplarne l’Enigma e il sublime Simbolo che rappresenta, ma ne cerca la soluzione, col pensiero. Ma il pensiero è fallace e incorre facilmente in errori strutturali, bias in gergo tecnico.

Di fronte a questa Sfinge, piccolissima ma enorme, è facile assumere posizioni estreme: o con le autorità, totalmente in attesa di un intervento salvifico dall’alto e arrivando all’odio, alla denuncia o alla delazione cieca e esagerata; o totalmente contro di essa, negando quello che tutti stiamo vivendo. Sento che psicologicamente entrambi gli estremi sono risposte infantili: una di dipendenza e l’altra di controdipendenza. Ma entrambe sono risposte di un Io che non riesce a stare con qualcosa di ignoto, lo nega. È difficile uscire dall’Orbita dei genitori, reali o proiezioni che siano: si tende a andare o verso o contro di essi. Ma questa non è la nostra vera Orbita, la via dell’individuazione che porta alla completezza, al Sè.

È uno sforzo eroico, quello di stare fra gli opposti, e cercare di integrarli.

Non esiste una soluzione, ora. Bisogna imparare a stare con il “problema”.

O forse, quello che sta succedendo, nel suo dividere e scindere in opposte tendenze, è una soluzione, la prima fase del processo alchemico: solve.

E il lavoro di integrazione di questi opposti, la seconda fase: coagula.

Può creare una terza via, inaspettata e inaudita: un simbolo.

Recentemente, anche Chandra Livia Candiani, autrice di poesie che aprono e fanno entrare, passeggiando ha notato la stessa usanza nei suoi incontri, per cui concludo usando le sue parole:

“Imparare a salutarci, a onorarci perché stiamo passando.”

(Dal Divenire Magazine)

Cose che non abbiamo avuto. Il lutto per le esperienze non fatte

Remember to say “thank you”
for the things you haven’t had

Coil – Broccoli

La rinuncia sembra una delle esperienze psicologiche più difficili.

Il grande rimosso di oggi, credo, è il concetto di fine, inteso sia come termine che come finitezza, confine.

Spesso si vive una brama di avere tutto, che non si limita a oggetti, ma anche a esperienze, anche al fare, assaggiare, provare tutto. Una sete, una fame insaziabile. In questo contesto, trovo puntuali in questa epoca storica, pervasa fino all’essenza più profonda dal consumismo, le diverse forme di collezionismo e smania di completezza, che va dalle serie televisive alle edizioni speciali e limitate di praticamente qualsiasi cosa, dai dischi agli hamburger.

Sembra di muoversi come gli ignavi di Dante, inseguiti eternamente da api, ma in questo caso attirati da un oggetto che non ci sazierà, ma ci farà venire una fame ulteriore, diversa.

Una smania a collezionismo, una compulsione al “completamento” di un qualcosa che viene ricercato, ahinoi, fuori da sé.

Questo si riflette anche nelle relazioni. Da un punto di vista psico-corporeo, quando scriveva Lowen, si poteva osservare una diffusa incapacità di amare contemporaneamente col cuore e sessualmente, generata da conflitti psichici che si traducevano, nel corpo, a una separazione fra cuore e genitali. Quello che si osserva ora è qualcosa di differente: la società consumistica ci ha “iperoralizzato”, rendendoci sempre affamati e insaziabili. Non solo di cose e “esperienze” ma anche di relazioni.

Il fatto (quasi inconcepibile!) di dover rinunciare a qualcosa, può generare un senso di mancanza, di incompletezza e, di nuovo, ansia e foga di completamento.

Non (si) è mai abbastanza.

Viviamo in un tempo storico in cui, come già notava Erich Fromm, il piano dell’Avere e quello dell’Essere, sono spesso con-fusi.

Se vogliamo avere (o essere) tutto, non avremo, né saremo mai abbastanza.

Ci sentiremo sempre in difetto, difettati o difettosi.

Come uscirne, dunque?

Accettare la rinuncia, e vivere il lutto per le cose che non abbiamo avuto, le esperienze non fatte, i viaggi che non potremo mai fare, tutti i libri che non riusciremo a leggere…

Ciò che ci può completare, ciò che ci può saziare, non è all’esterno, ma dentro di noi, invisibile, nell’Ombra.

Psiche tende alla completezza, non alla saturazione, a comprendere e integrare il suo opposto, non tutto.

Questa è la via dell’analisi del profondo, che porta verso la completezza del Sè, in una sorta di Mandala capace di integrare le nostre luci e le nostre ombre, i nostri pieni e i nostri vuoti.

E questa unione di pieno e vuoto si manifesta, a livello corporeo, nel respiro: è riappropriandoci di una respirazione naturale e libera che riusciamo a integrare quelle parti di noi e di vitalità di cui ci siamo dovuti privare, nostro malgrado, per sopravvivere, per non soffrire.

Il respiro rappresenta anche il lasciar andare: una inspirazione piena può seguire solo una espirazione completa, uno svuotamento.

Il vuoto si fa pieno.

(dal Divenire Magazine)

Il cane e il serpente (e la fionda di David)

Succede spesso, a tutti, di ripetere gli stessi errori, di trovarsi di fronte sempre agli stessi muri.

“Tutte le volte è così! Possibile che faccia sempre le stesse cavolate? Ma cambierò mai?”

Chi intraprende il viaggio della psicoterapia, può aspettarsi che sia qualcosa di simile a un viaggio in treno, o a un percorso in autostrada. Si parte da un punto A, si arriva a un punto B (o C o Z o Pacedeisensi o chissà), attraversando diversi punti intermedi, in un tempo più o meno lungo.

Tuttavia, a volte (quasi sempre, a dire il vero), ci si ritrova a passare in posti già visitati, come se il treno facesse un anello e ci ritrovassimo in una stazione già vista. “Ma come, ancora qui? Dopo tutto questo tempo, siamo ancora qui, come se non avessimo mosso un passo!”.

Ci si ritrova di fronte dinamiche già affrontate, a delusioni che sembrano ritratti del nostro passato, a persone che ci fanno sentire proprio come ci faceva sentire … , a forti vissuti, emozioni che non avremmo voluto provare di nuovo. Non abbiamo imparato niente? Non abbiamo fatto nessun progresso? Non abbiamo fatto neanche un po’ di strada?

Sembra di essere come un cane che si morde la coda!

Mi è capitato spesso, di sentire questa frase in psicoterapia. E anche di pensarla, nel mio percorso personale!

Ma è davvero così?

I numerosi chilometri percorsi in viaggi a piedi, e le ore trascorse accompagnando qualcuno nel proprio viaggio personale verso se stesse, mi hanno insegnato che spesso è la strada, il viaggio a contare almeno quanto la meta (che – almeno in psicoterapia – non è detto che sia così chiara, definita e definitiva all’inizio del viaggio). E che a volte abbiamo bisogno di tornare sui nostri passi, per rivedere qualcosa che, evidentemente, abbiamo bisogno di rivedere.

Possono essere quei mo(vi)menti di regressione tanto importanti per Jung, per esempio, in cui la psiche va a ripescare nel nostro passato per riprendere energie o risorse che possono esserci utili nel momento attuale, e lo fa, appunto, presentandoci fantasmi dal passato, a volte attraverso i sogni, altre con la vita.

In un viaggio può capitare di tornare sui nostri passi, per rivedere un bivio e fare il punto sulla mappa, per bere a una fontana, per ammirare di nuovo un panorama…nella vita può essere utile per superare qualcosa che evidentemente non abbiamo ancora superato del tutto. La vita psichica ama la completezza, e finché non abbiamo con-preso – preso con noi nel nostro viaggio – qualcosa, la vita ce lo ripresenta.

Ma è un giro a vuoto? Uno spostamento inutile?

Specialmente quando si è in un percorso di crescita, come quello psicoterapeutico, l’apparente tornare indietro non è un cane che si morde la coda, ma un serpente che si avvolge a una colonna, e ogni spira sale, si eleva, di qualche centimetro, grazie alla nuova energia resa disponibile dal percorso stesso (in questa metafora, cosa è la colonna? Il Sè? Il nostro percorso di Individuazione? Non lo so). Come la fionda di David: la pietra viene fatta girare su se stessa finché non ha abbastanza energia per essere scagliata efficacemente.

Ogni movimento che sembra regressivo, insomma, all’interno di questo viaggio, in realtà ci porta un po’ più in là, verso quel punto, forse ancora indefinito e invisibile, che è dove vogliamo (o siamo destinati a) arrivare. Noi stessi.

 

(da qui)