Il buco nero al centro della nostra galassia emotiva. Come tutto gira intorno a un dolore

Una volta – ero ancora uno studente universitario pendolare – sul treno del ritorno, ascoltai mezzo addormentato una ragazza che descriveva a un’amica l’oggetto della sua tesi di laurea: il buco nero che sta al centro della nostra galassia. Allora non ne sapevo nulla, ma la cosa mi colpì nel profondo e evidentemente lasciò una traccia nei miei pensieri.

Ora, ormai molto tempo dopo, mi capita di incontrare persone che hanno, al proprio centro, un buco nero. Come in astrofisica, un buco nero può essere un oggetto anche piccolo, ma di una massa enorme, tale che tutto gira intorno ad esso e tende a esserne risucchiato.

La forza che agisce tutto questo è la gravità, nell’universo, ma anche nostro universo psichico conta quanto è grave, pesante per noi, ciò che ha generato il buco nero. Può essere un evento traumatico, o un trauma ripetuto. Una deprivazione o un’assenza. Un abbandono.

Qualcosa nel nostro universo psichico collassa e si fissa in un punto al centro di noi stessi, e pian piano attira a sé ogni cosa, diventando sempre più pesante, e diventando più pesante aumenta anche la propria capacità di attrarre altri oggetti psichici. Tutto sembra girare, o meglio orbitare, gravitare, intorno a quel nucleo di dolore. Possiamo non pensarci, tentare di distrarci riempendo la nostra agenda di attività e la nostra vita di cose, ma prima o poi, come la proverbiale lingua sul dente che duole, là torniamo, perché tutta la nostra galassia sembra destinata a essere risucchiata da quel buco nero. E ogni tentativo di fuggire a questa attrazione è vano.

Ma cosa è questa forza che trascina tutto e tutto muove? La gravità è una forza che, qui sulla Terra, ci porta verso il basso, come, a livello psichico, fa la depressione. Ma Lowen, il creatore dell’analisi bioenergetica, diceva: “La sola via d’uscita è verso il basso”, ovvero verso la Terra, e grazie al grounding, che ci permette sia di essere più solidi e radicati nella realtà che di scaricare i pesi, anche e soprattutto emotivi, a terra.

Un’altra cosa che succede, quando ci si avvicina a un buco nero, è che il tempo si dilata, e sembra non passare mai. La cosa singolare, è che può coinvolgere anche chi sta vicino alla persona a contatto col suo buco nero: da terapeuta, nonostante la frequenza settimanale, può capitare di aver l’impressione di aver visto una persona molto tempo prima, o solo pochi giorni, e l’impressione è di essere dentro a diverse velocità dello scorrere del tempo, di essere coinvolti dal Kairos di chi ci sta di fronte.

Ma cosa vuole dunque da noi, questo buco nero? Non può semplicemente sparire, auto-risucchiarsi? O non urlare, quando cerchiamo finalmente di prender sonno?

E se volesse semplicemente la nostra attenzione? Se ci chiedesse di starci dentro e non evitare la sofferenza, illudendoci di avere questo potere?

Forse così potremmo aprire e aprirci a altre possibilità (non dimentichiamo che per certa fantascienza i buchi neri sono porte per altri universi!). Le tempeste vanno attraversate, e ogni anno dobbiamo superare l’inverno, per tornare a primavera. Allo stesso modo, quel buco può essere integrato, compreso, nella nostra vita psichica.

La nostra Terra, se restringiamo il campo, è parte di un sistema, e gravita intorno al Sole, che ci dà luce, calore e energia. Non c’è solo il buio, insomma, ma anche una stella intorno a cui girare.

(articolo pubblicato sul Divenire Magazine)

buco
(vignetta trovata qui )

Auspici di Innocenza. Il corpo, il trauma, il gioco e tornare bambini

To see a world in a grain of sand
And a heaven in a wild flower,
Hold infinity in the palm of your hand,
And eternity in an hour.”

William Blake – Auguries of Innocence

Qualcuno, entrando nella stanza del Gioco della Sabbia, vedendo tutte le statuine sugli scaffali, mi ha chiesto: “Ma…sono i tuoi giochi di quando eri bambino?”. Sarebbe una strana collezione per un bambino, fatta sì di animali da fattoria e personaggi da cartoni animati, ma anche di draghi, divinità greche, statuette Dogon, oggetti simbolici…

Purtroppo no, i giocattoli che avevo sono andati perduti, fra traslochi e donazioni, più o meno volontarie, a cugini più piccoli. Ah, se li avessi conservati! – mi dico – ora mi sarebbero tornati utili!

Questo apre la riflessione su una domanda più grande: cosa abbiamo perso della nostra infanzia e del nostro essere (stati) bambini? A cosa potrebbe tornarci “utile” ora? Ma soprattutto: esiste un modo per recuperare?

Una breve digressione: esiste una medusa, la Turritopsis nutricola – cui Aldo Nove ha dedicato alcune poesie nel suo “A schemi di costellazioni” – definita la “medusa immortale” che ha lo straordinaria capacità, una volta vecchia, rigenerarsi e “ringiovanire”. La natura ha saputo creare, quindi, un essere potenzialmente immortale e capace di regredire a uno stadio precedente, mentre “noi mangiamo, scambiamo particelle/che muoiono per diventare altro/in noi che altro non siamo che quell’altro/convertito in visione dei contrari/che rilasciano miti e cittadine,/stati etici, tram, scuole, sms.”, scrive Nove.

Esiste, per noi umani, qualcosa di simile? Sicuramente non letteralmente, non a livello fisico. Ma a un livello più profondo?

Un trauma, in un certo senso, blocca il nostro sviluppo: una parte di noi resta fissata al momento dell’evento traumatico. Questo blocco attiva le nostre risorse “di emergenza”, comuni con gli altri animali e che ci caratterizza dall’inizio della specie. Tutto questo avviene, almeno in parte, a livello del tronco dell’encefalo: la parte del nostro cervello più primitiva e legata alle emozioni. Il lavoro che si fa in analisi bioenergetica sul trauma, grazie a tremori che nascono spontanei suscitati da particolari esercizi, riporta il tronco a una situazione plastica simile a quella del trauma permettendo di rilasciarne le conseguenze negative e il blocco causato e lasciando alla saggezza del corpo la possibilità di auto-curarsi.

Nell’analisi junghiana, poi, i continui episodi “regressivi” che capitano nel corso della terapia, non vengono interpretati come un tornare indietro e “rifare sempre i soliti errori”, ma come un movimento necessario alla psiche per apprendere bene, per stabilizzare meglio un momento evolutivo. La regressione è paragonata al tema mitico del “viaggio notturno dell’Eroe”, un discesa agli inferi per poter risalire nuovamente alla luce. Più banalmente, forse, un prendere la rincorsa per spiccare un salto in avanti!

Infine un esempio a cui ultimamente mi trovo affettivamente vicino, e questo ci riporta all’apertura: il Gioco della Sabbia. Una terapia non verbale – nata e sviluppata da Dora Kalff, un’allieva di Jung – che permette, grazie al gioco con diverse statuine e figure che ritraggono idealmente tutto ciò che esiste e si può immaginare (una collezione in continua espansione) di creare mondi nello spazio contenuto e protetto della cassetta di sabbia. Quando ci si accosta a questa terapia, viene naturale “regredire” serenamente e positivamente, tornare bambini. Dal momento che tutto avviene senza parole, le scene create provengono da una zona remota e profonda della nostra psiche, una zona a cui le parole, il linguaggio e la mente razionale, spesso non hanno accesso diretto. Le immagini create nella sabbia attingono alla stessa fonte cui attingono i sogni, ma sono immediatamente accessibili, venendo create da svegli. Avendo un mezzo a fare da mediatore fra noi e l’inconscio, è anche più facile andare oltre le difese che ci impediscono di esplorare certe zone di noi che lasciamo in Ombra. La possibilità di crare più volte queste “scene dal profondo”, mette in azione la capacità della Psiche di prendersi cura di sé (e di noi), e di andare dove ha bisogno di andare (o di portarci).

Entriamo così in un mondo magico, in cui possiamo sinceramente augurarci di vedere un mondo in una cassetta di sabbia e l’eternità in un’ora.

call me SAND 2
La mia passione per le Sabbie è iniziata presto, ho anche vinto diversi concorsi di castelli di sabbia (per non parlar di quelli di castelli in aria…)

Due alberi

“Noi esseri umani siamo come gli alberi, radicati al suolo con un’estremità, protesi verso il cielo con l’altra, e tanto più possiamo protenderci quanto più forti sono le nostre radici terrene”

Alexander Lowen

Passeggiando in un bosco mi sono imbattuto in questo albero. albero 1Spiccava verde nella spoglia vegetazione invernale. Avvicinandomi, tuttavia, mi sono reso conto che la realtà non era ciò che sembrava: a esser verde era una specie di rampicante, mentre l’albero vero e proprio era secco.

A volte uno psico fa lo psico anche fuori posto (questo anche perché, specialmente quando parliamo di psicologia del profondo, non si fa lo psicoterapeuta, lo si è), quindi questa visione mi è sembrata una metafora e mi ha portato a questi pensieri.

Quel rampicante è come un’immagine di noi artificiale, qualcosa che vogliamo mostrare a tutti i costi. Un’immagine bella e rigogliosa, anche se fuori e pieno inverno e il bosco è secco, con le foglie cadute a terra. Anche se pure le nostre foglie sono cadute e pure noi siamo secchi. Questo può succedere in numerose occasioni, anche quando semplicemente “facciamo buon viso a cattivo gioco”. Ma può diventare un’insidia: il rampicante è un parassita, e può arrivare a soffocare ciò che siamo realmente (il nostro vero Sè, si dice in psicologia). A volte possiamo identificarci troppo con l’immagine che diamo di noi, la nostra maschera (o Persona nella definizione di Jung). Per questo Lowen, il creatore dell’analisi bioenergetica, quando parla di narcisismo, parla di “identità negata”: sacrifichiamo il nostro vero Sè a un’immagine, e questo è tanto più frequente in una società come quella attuale che tanta importanza dà all’apparire e all’immagine.

Anche in questo sta l’importanza della psicoterapia: ci offre uno spazio protetto in cui possiamo provare a mostrarci come veramente siamo, senza sentirci costretti a dare una parvenza di efficienza o di falsa felicità, in tutta la nostra fragilità. E in questo sta la nostra forza e una possibile rivolta contro la dittatura dell’immagine!

Il rapporto fra albero e rampicante era una metafora. Il simbolo, invece, è un tipo di figura retorica meno lineare, è un’analogia più subliminale, senza quel “è come” che spiega tutto. Ve la offro quindi così, lasciando a ognuno la possibilità di assimilarla come vuole.

Esiste un albero (ce ne sono esemplari bellissimi a Palermo), il Ficus Magnolioide, che, nella sua crescita, lascia crescere verso terra delle specie di liane, sono delle radici aeree. Quando queste toccano il suolo, mettono radice e diventano tronchi supplementari, permettendo al Ficus di crescere ulteriormente, sostenendo il peso dei grandi rami.

albero 2

 

(Questo articolo è uscito per il Divenire Magazine, qui)